martedì, 25 marzo 2008, ore 22:04

Roberto Cacciapaglia -Seconda Navigazione-

Non sono in grado di fare la critica di un brano musicale, so solo apprezzare  le sensazioni che mi regala.
......
Sento  la carezza del maestrale che gonfia le vele, le spinge e le fa vibrare, donandole la vita.
Sento gli spruzzi di acqua salata sul mio viso,
la barca che fila leggera sull’acqua,
la prua che  rompe le piccole  onde, per farvi scivolare dolcemente   la carena.
Vedo  la costa,  che lentamente si allontana...

  Gabbianozoppo

gabbianozoppo
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sabato, 22 marzo 2008, ore 14:56

                        AUGURI!!!!!

Ricordo da piccolo, la gioia nell’aprire l’uovo di pasqua, solitamente le speranze di un bel regalo erano riposte su un unico uovo, ricordo come fosse oggi,  la frenesia nello scartare l’involucro in carta velina che racchiudeva il regalo; poi...  spesso la delusione nel trovare un  minuscolo  anellino  o un leggero  braccialetto di plastica dorata.
Si mangiava cioccolato fino alla nausea, tanto che finiva talvolta con sonore orticarie.
Ritrovatomi adulto, ho pensato di regalare  a voi che passate da queste parti, un uovetto Pasquale (virtuale si intende!) con l’augurio, però di trovare dentro delle piccole ma preziose  sorprese, (questa volta reali) quali?
Un  tocco di felicità, che tanto andiamo cercando, talvolta senza credere quasi più nella sua esistenza;
Un tantino di serenità, indispensabile per procedere nelle frequenti salite che giornalmente si devono affrontare;
Tanti, tanti  piccoli morsi di gioia, per  nutrire  i vostri sorrisi.
Il tutto a piccole dosi, ma che non manchino mai.
Auguri di buona Pasqua a tutti voi; passate una bella Pasquetta, non importa se sarà bagnata, l’importante è che ci sia il sole dentro il vostro cuore.

gabbianozoppo
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domenica, 16 marzo 2008, ore 20:57

Riporto ” questo brano di B. Brecht:
 “Della infanticida Maria Farrar”
 Quando lo lessi, fu per me  un pugno nello stomaco.
Io, sempre pronto a condannare;
io che non devo strappare la vita a morsi ogni giorno della mia esistenza;
io che ho di che vivere (entro i miei limiti) senza problemi.
Non la giudico.
E’ giusto  che a farlo siano le persone che, come lei, non conoscono il sole, per le quali   ogni nuovo giorno, è un giorno di sofferenza.
Lo faranno le persone che, come lei, devono conquistarsi con le unghie un pezzo di pane.
La giudicheranno e  condanneranno, ma è giusto che siano loro a farlo.
Non io, che non ho  fatto niente per le tante Maria Farrar.
Gabbianozoppo
 DELLA INFANTICIDA MARIA FARRAR
(Bertold Brecht)

Maria Farrar, nata in aprile,
 senza segni particolari, minorenne, rachitica, orfana,
a sentir lei, incensurata,
 stando alla cronaca, ha ucciso un bambino
nel modo che segue:
afferma che, incinta di due mesi,
nella cantina di una donna, ha tentato
di abortire con due iniezioni,
dolorose, dice lei, ma senza risultato.

“Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”.

Tuttavia, lei dice, il prezzo stabilito
lo ha pagato subito, si è legata stretta,
ha bevuto la polvere di pepe nello spirito,
ma quello di una purga, non altro, fu l’effetto.
Le si gonfiava il ventre a vista d’occhio,
allora, lavando le stoviglie, aveva assai sofferto.
Lei stessa, così dice, era cresciuta ancora.
Molto aveva sperato pregando la Madonna.

“Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”.

Ma, così pareva, era inutile pregare.
Si pretendeva troppo. E quando fu più grossa,
le venne il capogiro durante il mattutino.
Sudò più di una volta
ed anche per l’angoscia, ai piedi dell’altare.
Ma lei tenne segreta la sua condizione
fino a quando la colsero le doglie del parto.
Ci era riuscita: nessuno credeva
che fosse caduta in tentazione,
lei, così sgraziata.

“E voi di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”.

In questo giorno, dice, alla mattina presto
sente una fitta, lavando le scale,
come di spilli nel ventre. Un brivido la scuote.
Ma pure le riesce di nascondere il suo male.
E tutto il giorno, stendendo i suoi panni,
si rompe la testa, poi le viene in mente
che doveva partorire, ed improvvisamente
sente una stretta al cuore. In casa, torna tardi.

“Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”.

La si chiamò ancora, mentre era coricata:
la neve era caduta e doveva scopare.
Alle undici finì. Era lunga la giornata.
Soltanto nella notte le riuscì di sgravarsi in pace.
E partorì, a quanto dice, un figlio.
Il figlio somigliava a tutti gli altri.
Ma lei non era come le altre madri.
Non la schernisco, non ce n'è motivo.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri.

Lasciate che lei seguiti a narrarvi
come finì la sua creatura,
(nessun particolare lei vuole celarvi)
così di ogni essere si vede la natura.
Appena giunta a letto
un forte malessere l’aveva pervasa,
e, da sola, senza sapere cosa succedesse
a stento si trattenne dal gridare.

“E voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”.

Con le ultime forze, lei dice, seguitando,
dato che la sua stanza era fredda da morire,
al gabinetto si era trascinata, e lì
(quando più non ricorda) partorì alla meglio
così, verso il mattino.
Lei dice che era tutta sconvolta ormai,
e mezza intirizzita, e il suo bambino
lo reggeva a stento,
perché nella latrina ci nevicava dentro.

“Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”.

Fra la stanza e il gabinetto, prima, lei dice,
non avvenne proprio nulla, il bambino scoppiò in pianto,
e questo la urtò talmente, lei dice,
che con i pugni l’aveva picchiato tanto,
alla cieca, di continuo, fino a che smise di piangere.
E poi si era tenuta sempre il morto
vicino a sé, nel letto, per il resto della notte,
e al mattino nel lavatoio l’aveva nascosto.

“Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”.

Maria Farrar, nata in aprile,
defunta nelle carceri di Maissen,
ragazza madre, condannata,
vuole mostrare a tutti, quanto siamo fragili.
Voi, che partorite comode in un letto
e il vostro grembo gravido chiamate “benedetto”
contro i deboli e i reietti non scagliate l’anatema.
Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena.

“Di grazia, quindi, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri”.
 
(Bertold Brecht)
(By Gabbianozoppo)
      
gabbianozoppo
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venerdì, 07 marzo 2008, ore 21:37

Tempo fa ho riportato su queste pagine una poesia: “ode alla vita o muore lentamente ”, attribuendola a Pablo Neruda. 
Ho poi saputo che un signore, (ex ministro della giustizia) l’ha citata all’interno del discorso delle sue dimissioni, per poi  far cadere il Governo. Il tutto perchè avevano arrestato la moglie e inquisito lui (ministro della giustizia!) senza che il Parlamento condannasse “l’oltraggio”.
Certamente citando Neruda pensava di dare un senso di raffinatezza  al  suo discorso.
Vengo a sapere che tale poesia non è stata scritta da Pablo Neruda (Mariasegreta docet) ma da una poetessa Brasiliana, tale Martha Medeiros nata quasi da poco, nel 1961
Questo non toglie niente alla bellezza e alla semplicità di quei versi; anche se un pochino ne escono offesi.
...
Cantava il buon Vecchioni: ”i poeti sono liberi servi di re e cardinali...”
Quando i poeti non sono asserviti, ecco che i piccoli re di turno si impadroniscono arbitrariamente dei loro versi,  pur avendo con essi  poco  a che fare;
un po’ come infilare un piccolo piede in una scarpa troppo grande.
.
.
(Quien Muere? )
.
Muere lentamente
quien se transforma en esclavo del hábito,
repitiendo todos los días los mismos trayectos,
quien no cambia de marca.
No arriesga vestir un color nuevo y no le habla a quien no conoce.
Muere lentamente
quien hace de la televisión su gurú.
Muere lentamente
quien evita una pasión,
quien prefiere el negro sobre blanco
y los puntos sobre las "íes" a un remolino de emociones,
justamente las que rescatan el brillo de los ojos,
sonrisas de los bostezos,
corazones a los tropiezos y sentimientos.
Muere lentamente
quien no voltea la mesa cuando está infeliz en el trabajo,
quien no arriesga lo cierto por lo incierto para ir detrás de un sueño,
quien no se permite por lo menos una vez en la vida,
huir de los consejos sensatos.
Muere lentamente
quien no viaja,
quien no lee,
quien no oye música,
quien no encuentra gracia en si mismo.
Muere lentamente
quien destruye su amor propio,
quien no se deja ayudar.
Muere lentamente,
quien pasa los días quejándose de su mala suerte
o de la lluvia incesante.
Muere lentamente,
quien abandona un proyecto antes de iniciarlo,
no preguntando de un asunto que desconoce o
no respondiendo cuando le indagan sobre algo que sabe. Evitemos la muerte en suaves cuotas,
recordando siempre que estar vivo exige un esfuerzo mucho mayor
que el simple hecho de respirar.
Solamente la ardiente paciencia hará que conquistemos
una espléndida felicidad.

Martha Medeiros
gabbianozoppo
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